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Pellegrino a Santiago de Compostela - Parte IV

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Scritto da: Walter Orioli
immag02.jpgAssopirsi su un guanciale di stelle nel chiostro di un monastero, o respirare il profumo che esala la campagna nell’umidità del mattino sono dettagli che contano, ci fanno riconoscere l’essenza della terra che non è solo il suolo sul quale stiamo, ma un segno identitario, è sentire che appartieni alla storia del’universo.
L’antropologia ci insegna che il paesaggio è l’anima di un popolo e senza dubbio rappresenta un quadro della sua storia geologica e sociale che ne determina i lineamenti. Quindi il paesaggio è la forma di quest’anima che ne rappresenta l’aspetto attuale.
A ragione di questa così poetica definizione, quando guardo un panorama cerco sempre di lasciarmi trasportare dalla percezione fino a che lo sguardo penetri nei colori e nelle forme, nei suoni e negli odori, al fine di recepirne l’essenza. Quindi il paesaggio è un’immagine, ciò che ognuno di noi percepisce di una certa veduta. La visione necessariamente risulta soggettiva in quanto dipende sì dalle forme del luogo che sono uguali per tutti, ma soprattutto scaturisce dall’interpretazione di chi guarda e quindi dalla personalità del soggetto. L’immagine di un cavallo è percepita in modo diverso da una persona che vive in città, da un fantino, da un poeta, da un informatico, da un contadino e così via.
D’altro canto, spostarsi con i propri piedi permette l’effetto prolungato di un paesaggio in movimento. È lo spostamento stesso, con la fatica corporea compresa, che realizza la visione di qualcosa che sta fuori ma anche di qualcosa che sta dentro l’osservatore. L’effetto dell’immagine è il dono o la sintesi di questa vibrazione energetica soggettiva, mentre, da un punto di vista scientifico, l’immagine è data dal meccanismo della percezione, col quale ricreiamo il mondo con l’aiuto della memoria e dell’apparato sensoriale. Lo ricreiamo in quanto la visione delle cose stimola la memoria sensoriale e la fantasia. E sa dio quante volte ci abbandoniamo al fantasticare, al sognare o semplicemente al pensare; è chiaro che così facendo diamo meno importanza alla visione del paesaggio. Se questo passa in secondo piano, in primo piano chi c’è se non l’ego del soggetto?

immag0014.jpgPer mettere a fuoco la visione del paesaggio così come si presenta, il consiglio che do è di immaginare che gli occhi siano due obiettivi e il corpo una telecamera, un complesso meccanismo che riprende le immagini e le registra. Con questa suggestione favorisco la visione imparziale del paesaggio. Se mi alleno a questo stato di neutralità emotiva e di giudizio, a questa presenza pre-espressiva, potrei raggiungere uno stato di vuotezza interiore. Allora e solo allora potrei, mentre cammino, osservare i miei pensieri, come si compongono, come si sviluppano, osservare i miei sentimenti, le emozioni positive e negative, percepire il mio corpo che respira. Alla fine della meditazione, camminare diventa un puro movimento rituale che mi conduce verso la catarsi. Uno stato che mi conduce fuori dal mio essere, in una specie di trance cosciente nella quale ogni attimo è vissuto intensamente, ma con molta leggerezza nel legame con la natura fuori e dentro di me, consapevole che mondo interno e mondo esterno sono immersi in ciò che chiamiamo mondo della psiche e che nessuno di questi mondi prende il sopravvento sugli altri due. Cerco di mantenere un “armonia mundi”. Ma torniamo alla telecamera che riprende e all’entusiasmo di un bimbo-poeta che scopre il mondo.

Nel principato di Cantabria i ciottoli risuonano sul selciato sotto i passi lenti dei viandanti silenti, mentre i prati sono ancora brillanti di rugiada, nel bosco mi fermo a respirare sotto gli eucalipti. Oggi non ho una meta precisa, mi voglio prendere un giorno di pace, ogni passo è soltanto un modo per vivere con l’ambiente circostante. I sandali segnano silenziosi la terra battuta sulla stradina riscaldata dal sole di agosto. Sono immerso in una sinfonia di sali e scendi, di boschi e vallate, di scogliere e di piccoli paesi, di stradine e sentieri, di provinciali trafficate e sentieri forestali.
Perfino uno straniante reperto di archeologia industriale alla periferia di una cittadina dell’Asturia come Gijon può essere una visione che insegna qualcosa durante i venti minuti di percorrenza a ridosso di capannoni e di ferriere. Sembra un paesaggio poco naturale, fastidioso eppure è frutto del lavoro umano, fa parte della storia industriale, della modernità e quindi in qualche modo fa parte della natura costruita dall’uomo.

Anche i seicento metri del grande Puente de los Angeles che collega le due sponde del rio Eo che permette il nostro transito in terra di Galizia, sono percorsi lentamente nella visione delle spiagge che mi lascio alle spalle e delle quali conosco benissimo il suono delle onde per averci trascorso l’intero pomeriggio. La città medievale di Ribadeo di fronte a me, mi aspetta per passarci una notte, ospite nel ricovero del pellegrino situato proprio a ridosso del fiume.
Se è vero che la musica dell’acqua giova ai nervi, la musica del vento giova agli umori, la musica di una zona industriale alla purezza del giudizio e la musica del bosco calma la mente, si capisce perché questa esperienza del cammino di Santiago è da considerare un vero e proprio processo psicoterapeutico in senso stretto.
Nel cammino si sviluppa un senso di libertà, di tranquillità dell’animo, di gratitudine per ogni giorno e per ogni ora ricevuta. Alla fine della giornata, la sensazione è quella di essere immersi in uno stato speciale, una specie di consolidamento del proprio Sé di fronte all’imprevedibilità del caso e all’eccesso di dipendenza da preoccupazioni esterne. 

Walter Orioli
 

 



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