24 maggio 2006. La nostra vita dipende anche da quella di minuscoli insetti o di ruvidi licheni. Esseri viventi che creano un anello indispensabile per tutto l’ecosistema e quindi per la nostra salute. L’estinzione di alcune specie può compromettere la qualità del cibo e dell’acqua, l’integrità ambientale e la sussistenza di intere popolazioni rurali. Il 22 maggio si celebra la giornata internazionale della biodiversità. Sullo sfondo un accordo internazionale denominato Countdown 2010: un conto alla rovescia che si ripromette di fermare nei prossimi 4 anni la progressiva perdita del patrimonio biologico.
In Italia si contano oltre 5.600 specie vegetali e 57 mila specie animali. Ma l’80 per cento degli habitat sono considerati a rischio. Tra le zone più in pericolo le dune costiere, i boschi di alloro, le abetine dell’Appennino, le lagune e i cespuglieti di rododendri. Federparchi d’altra parte segnala oltre 80 buone pratiche di salvaguardia delle specie animali e vegetali. Azioni spesso trascurate, ma importantissime come il controllo delle emissioni sonore e luminose o la riscoperta di itinerari del gusto. “La coltura di determinati prodotti tipici è una delle strategie più efficaci per mantenere e favorire la biodiversità” conferma Paolo Pigliacelli di Federparchi. L’associazione ha costituito un gruppo di lavoro sulla biodiversità, proponendosi di rendere tutti partecipi a questo problema. La sfida parte dalle buone abitudini, a cominciare da quello che mettiamo nel piatto. Ricercare i prodotti tipici in aree protette significa dare sostegno ad un’agricoltura di qualità, fedele alleata di tutta la catena biologica. E’ il caso delle lenticchie di Castelluccio Norcia, o della risicoltura nel bacino fluviale del Po. A Pigliaceli chiediamo un esempio di questo miracolo che lega l’agricoltura alla biodiversità. “I campi di legumi in alta quota - ci spiega - possono essere un riparo per piccoli mammiferi, predati dell’aquila reale. Lo stesso principio vale per l’allevamento di bufale della nota mozzarella: favoriscono il proliferare di insetti nelle zone umide, indispensabili per la sussistenza di uccelli e mammiferi”.
In passato la mano dell’agricoltura è stata troppo pesante, favorendo un proliferare indiscriminato di monocolture. Un sistema che ha indebolito le difese naturali del territorio, esponendo le piante e gli animali al proliferare dei virus. Il colpo di grazia è arrivato poi con i cambiamenti climatici, le deforestazioni e l’introduzione di specie aliene nel territorio. Le nuove ruralità nelle aree protette potrebbero dunque diventare fondamentali per la tutela della biodiversità. Tra i prodotti della riscossa la Federparchi segnala anche il caciocavallo podolico, l’olio delle Cinque Terre, il miele biologico e tutti i formaggi di alpeggio. Come dire la prima azione concreta, oltre che dal buon senso, potrebbe essere guidata dal nostro buon gusto. Sempre che non si sia estinto...


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