Un uomo. In una mano un ombrello, nell’altra la sua voce amplificata. Cammina quasi nascosto, in mezzo ad un folto gruppo, poco attrezzato alla pioggia.
Siamo a Berceto (Pr), sull’Appennino Tosco-Emiliano. Improvvisiamo un percorso attraverso strade, sentieri e incolti abbandonati. L’uomo con l’ombrello, architetto, rilegge i dintorni attraverso il camminare, mezzo non mediato per interpretare il paesaggio. Il centinaio di persone rispettabili, riunite a “convegno”, così diceva l’invito, oltrepassa il recinto di un proprietà privata con l’obiettivo di raggiungere non un monumento, né un’importante scavo archeologico, ma un “non luogo”: una costruzione incompiuta e abbandonata, invasa da rovi.
Cambia la guida e il gruppo segue docile, sotto la pioggia incessante, un filosofo - che è anche un alpinista - alla ricerca di una nuova meta: la vetta, cogliendo, passo dopo passo, i propri limiti fisici e metafisici, sperimentando ed affrontando il pericolo (salire per incolti fangosi) per poi imparare ad affrontare la vita, passo dopo passo, per salite e per discese. Unendo gambe e pensieri, forza fisica e intellettuale, piedi e testa.
Le istituzioni spezzano i tabù
Per il seminario “Pensieri Viandanti”, promosso dalla provincia di Parma è stato un inizio dirompente che ha indagato la molteplicità e la varietà dei modi e dei significati del camminare. Si è tenuto poco prima dell’estate all’interno di Passoparola, primo Festival del Cammino sulla via Francigena, insieme a numerose altre iniziative come escursioni, musica, teatro, visite, incontri ...
A Berceto, piccolo paese di montagna, si sono incontrati letterati, camminatori, artisti, studenti a formare un’immensa rete, una meravigliosa e aggrovigliata ragnatela di saperi. Per guardare a un nuovo futuro. Unire pensatori e artisti (solitamente sedentari) a praticanti del cammino (solitamente parchi di favella), è stato un tentativo di sovvertire l’ordinario. Sebbene, va detto, le due schiere hanno continuato a fare gruppo a sé, preferendo i primi le soste ed i secondi la marcia. Per ricavare di più dal prossimo incontro occorre osare e provare a contaminare totalmente il Pensare, col Vedere, con l’Ascoltare, con l’Andare. Hanno funzionato
benissimo i momenti dove si sono mescolate le sensibilità e le esperienze.
Perchè per noi: condividere il medesimo percorso con persone veramente diverse, consente un’esperienza reale di conoscenza. Le parole di Erri De Luca non sono casuali ma una sollecitazione alla contaminazione, alla relazione per conoscere e far sì che tutto diventi diverso, anche l’Universo.
Il gesto dei piedi
Il gesto dei nostri piedi, insieme all’atto della nostra mente, oltre che momento di svago, osservatorio della bellezza, punto di vista distaccato, è una pratica percettiva, forma d’arte e primo atto di trasformazione simbolica del territorio: un mezzo per mettersi in relazione col mondo e, perché no, antico e originario sistema di trasporto.
Con lentezza rompiamo la monotonia e ricostruiamo una relazione primordiale con la Terra, come uno stupendo esercizio di meditazione mediterranea. Qualsiasi percorso seguiamo, qualcuno prima di noi - dieci o diecimila anni fa - lo ha già affrontato con intenti e motivazioni senza dubbio diverse. Il nostro cammino si aggiunge e si sovrappone a ciò che portiamo dentro e addosso, con la nostra cultura e le nostre esperienze. Solo così, camminando nel mondo, possiamo partecipare alla stratificazione della memoria che l’uomo ha di un territorio, urbano o meno, e fondare il nostro futuro sulla Terra solida.
Per non consumare la Terra e gli uomini a ritmi crescenti, ma per entrarvi in relazione. A questo si ispira proprio l’esperienza delle Vie dei Canti che ha partecipato al seminario.


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Pensare, Ascoltare, ANDARE per Vedere

