Un rapporto Onu dello scorso ottobre ha certificato che nel 2006 sono stati commerciati illegalmente diamanti per 23 milioni di dollari solo tra la Costa d’Avorio – paese dell’Africa occidentale sconvolto dalla guerra civile dal dicembre del 1999 – e il Ghana.
La Costa d’Avorio, insieme alla Liberia e alla Repubblica del Congo (nota anche come Congo Brazzaville), sono paesi produttori di diamanti ai quali una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu vieta l’estrazione e il commercio di tali gemme preziose. Il motivo sta nel Kimberley Process, un accordo attualmente sottoscritto da 69 governi - fra cui l’Italia - al fine di sradicare il fenomeno dei diamanti da conflitto.
Il commercio miliardario dei diamanti provenienti da zone di guerra ha finanziato, e ancora finanzia, guerre civili che in Africa dall’inizio degli anni ’90 ad oggi hanno provocato più di 3.7 milioni di vittime e milioni di rifugiati in Angola, Liberia, Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo e Costa d’Avorio.
Il Kimberley Process
L’esigenza di uno strumento che agisse da controllo sui cosiddetti “diamanti insanguinati”, per mezzo dei quali vengono finanziati conflitti armati, si è concretizzata nel 2000, dopo che Amnesty International ha denunciato
come la devastante guerra civile scatenatasi in Sierra Leone nel 1991 (l’allora dittatore Charles Taylor è oggi sotto processo all’Aja per crimini di guerra e delitti contro l’umanità), grazie al commercio dei diamanti abbia fatto incassare al Ruf (Revolutionary United Front) tra i 30 e i 125 milioni di dollari all’anno, guadagni utilizzati per acquistare le armi con cui sono stati uccisi circa 370mila connazionali. Senza contare poi le mutilazioni a colpi di machete e le amputazioni sistematiche, gli stupri e le torture, i rapimenti e gli arruolamenti forzati dei bambini.
Dopo tali denunce l’industria dei diamanti - rappresentata dal World Diamond Council - ha accettato il sistema di certificazione delle pietre conosciuto come Processo di Kimberley, dal nome della città del Sudafrica dove si è svolto il primo incontro.
Questo sistema dovrebbe consentire di risalire all’origine delle pietre prima del loro taglio, prevedendo un controllo statale sulle spedizioni e impegnando l’industria diamantifera nel promuovere garanzie volontarie.
I risultati ottenuti
Oggi il flusso di diamanti sporchi, raccolti costringendo in schiavitù esseri umani, si è fortunatamente ridotto a meno dell’1% dell’intera produzione mondiale, ma attorno a questo 1% di traffico illegale prolifera ancora un mondo sommerso fatto di vite spezzate.
Fra i principali colpevoli le Nazioni Unite tengono sotto controllo Repubblica del Congo, Liberia e Costa d’Avorio. Dal 2003 l’acquirente può dunque contare su un movimento sempre più attivo che vigila sulle pietre di provenienza illecita e sulla loro lavorazione.
Ma nonostante questi passi in avanti, gli stati coinvolti nel commercio mondiale dei diamanti e l’industria del settore non fanno ancora abbastanza per sradicare completamente questo traffico.
Come intervenire
Da un’inchiesta condotta da Amnesty International e la Ong Global Witness è infatti emerso che in realtà sono una minoranza i gioiellieri che dimostrano sensibilità al problema e pretendono dal rivenditore il certificato in cui si specifica che il diamante è esente da conflitto, emettendo a loro volta una garanzia scritta.
Spetta dunque al consumatore acquistare responsabilmente che non significa boicottare ma pretendere garanzie, non acquistando da chi non le fornisce. Boicottare significherebbe infatti togliere la principale fonte economica a quei paesi africani che, come la Sierra Leone, attraverso un percorso di legalità si stanno muovendo lungo i sentieri della pace.


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Un diamante è per sempre

