Dal 26 al 30 ottobre al Salone del Gusto produttori e operatori del settore agroalimentare mondiale si sono contrapposti alle monocolture industriali. Hanno trattato il problema delle risorse ambientali, enfatizzato l’aspetto organolettico dei prodotti, sottolineato l’importanza della dignità dei lavoratori nonché della salute dei consumatori, hanno dichiarato la necessità di tutelare il patrimonio agroalimentare delle singole realtà rurali.
L’incontro mondiale delle cosiddette comunità del cibo è avvenuto fra le braccia rassicuranti di “Terra madre”, il contenitore che l’ormai conosciutissima fiera del Lingotto riserva per il secondo anno alle realtà contadine sparse nei quattro angoli della terra: dall’Africa all’America del Nord, dall’America Latina all’Asia, dall’Europa al Medio Oriente, dall’Oceania all’Italia.
Tra i molti argomenti trattati ne scegliamo uno per tutti, quello sul futuro delle sementi, di cui Vandana Shiva (direttore esecutivo di Research Foundation for Technology, Science and Ecology) ha detto: “Coltivare i semi del futuro significa potersi inserire in un ecosistema che riduce i gas serra, elimina le tossicità, significa riconoscere un ruolo ai protagonisti della biodiversità”.
Dopo il Manifesto sul Futuro del Cibo - un documento che delineava una serie di interventi e concetti finalizzati a garantire che l’intera . liera agroalimentare divenisse più sostenibile sia dal punto di vista sociale che da quello ecologico - quest’anno Terra Madre ne ha presentato uno nuovo.
Frutto del cammino intrapreso dal precedente e maturato grazie anche al sostegno della Regione Toscana, il Manifesto sul Futuro dei Semi muove dal desiderio di rafforzare e accelerare il passaggio da un’agricoltura sostenibile alla sovranità alimentare dei coltivatori (che tutela in sé la biodiversità e l’agrodiversità), difendendo il diritto degli agricoltori a salvaguardare, condividere, utilizzare e migliorare le sementi, potenziando al contesto la nostra capacità collettiva di adattarci ai rischi e alle incertezze del cambiamento ambientale ed economico.
In sintesi:
un documento contro l’agricoltura industriale e gli interessi delle multinazionali, un no fermo alla produzione di cibi standardizzati, chiaramente lontani da una concezione alimentare sana e nutriente. Un elogio, ancora una volta, della vita condotta seguendo i ritmi lenti della natura, di chi se la prende comoda per coltivare cibo lontano dalle lusinghe dei fertilizzanti e degli additivi chimici, custodendo con cura germogli non manipolati geneticamente e che spesso rischiano l’estinzione.
Quello agricolo è – ahinoi – diventato uno dei settori più inquinati dell’economia mondiale, basti ricordare che già nel 1990 un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità stimava in circa 25 milioni le persone avvelenate o intossicate ogni anno per uso di pesticidi o consumo di cibo contaminato.
Parliamo dei medesimi pesticidi che uccidono insetti spesso utili, basti citare l’esempio dei coltivatori di mandorle californiani che nel 1994, per mancanza di api impollinatrici, per la prima volta nella storia hanno dovuto importarne per assicurarsi il raccolto.
Si tratta, in sostanza, di rivendicare la sovranità popolare sulle risorse alimentari partendo dai semi i cui unici proprietari sono i contadini e non le multinazionali. “I semi sono un dono della natura, delle generazioni passate e delle diverse culture – si legge nel Manifesto sul Futuro delle Sementi – È dunque nostro intrinseco dovere e responsabilità proteggerli per tramandarli alle generazioni future. Essi sono il primo anello della catena o filiera alimentare, incarnano la diversità biologica e culturale e sono il ricettacolo della futura evoluzione della vita”.


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Quando diversità significa libertà.

